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  • Restauri - Restauri conclusi
  • Il rotolo dipinto giapponese "dei trentatré cavalli", Museo Stibbert, Firenze

  • Alla stanga, Giovanni Segantini, Galleria nazionale d'arte moderna, Roma

  • Tibiae, Museo degli Strumenti Musicali, Roma

  • Rotella da parata in cuoio. Museo Bagatti-Valsecchi, Milano

  • Gli affreschi di Polidoro da Caravaggio dal Casino del Palazzo del Bufalo a Roma

  • Angelo in maiolica, Museo dell'Opera del Duomo di Orvieto

  • Storie di Sant'Orsola. L'arrivo a Colonia, Vittore Carpaccio, Gallerie dell'Accademia, Venezia

  • La cassaforte della casa dei Vettii, Pompei

  • Cromatica, Guido Strazza, Macro, Roma

  • Mappa toroidale di 5 paesi e 4 colori, Sergio Lombardo, Macro, Roma

  • Il Satiro Danzante di Mazara del Vallo

  • La peschiera della villa romana di Torre Astura, Nettuno, Roma

  • Il polittico di Santa Sabina, cappella di San Tarasio, chiesa di San Zaccaria a Venezia

  • Elefantino di piazza della Minerva a Roma

  • Baia sommersa, Villa dei Pisoni, Pavimento in mosaico bianco

  • Baia sommersa, Terme di Punta dell'Epitaffio. Pavimento in opus sectile

  • Baia Sommersa, Via Erculanea

  • Pietà con San Giovanni, la Maddalena e un Vescovo, Chiesa di Sant'Agostino, Gallese

  • Il Mitra tauroctono dalla Civita di Tarquinia

Restauri conclusi

  • La Resurrezione di Lazzaro, Caravaggio, Messina

    La lunga storia dell’ISCR (ex ICR) è contrassegnata da opere di Caravaggio.

    Esaminando gli interventi eseguiti dal 1942, a soli tre anni dalla fondazione, di Caravaggio sono state accolte complessivamente diciotto opere di cui otto solo per indagini e undici per un intervento di restauro completo[1]: molte di esse sono state recentemente sottoposte a controllo nell’ambito del piano di revisione dei restauri ICR, a partire dagli anni Cinquanta.

    La finalità del progetto è quella di individuare eventuali criticità e attivare linee di ricerca scientifica che consentano di affrontare più correttamente il problema. Nelle opere fino ad ora esaminate emerge una perfetta tenuta degli interventi strutturali (foderature, telai, consolidamenti) ma si evidenzia un’alterazione, più o meno accentuata, delle vernici protettive e dei colori utilizzati per la reintegrazione pittorica.

    E’ questo il caso anche della Resurrezione di Lazzaro, proveniente dal Museo Regionale di Messina. Nonostante il dipinto sia stato spesso descritto come in pessime condizioni, non si può definire cattivo il suo stato di conservazione; l’impressione è legata al fatto che la composizione “si vede male”, fattore che ha da sempre condizionato gli interventi di restauro -quattro in quattro secoli- nel tentativo di aumentare la leggibilità delle figure,  non comprendendo l’originale tecnica esecutiva caravaggesca. Va comunque evidenziato che il fenomeno dell’alterazione della vernice era talmente accentuato da disturbare ed effettivamente distogliere l’attenzione dalla estrema efficacia della rappresentazione.

     

    La direzione dei lavori è di Daila Radeglia (ISCR) e Caterina Di Giacomo (Museo Regionale di Messina) mentre l’intervento è stato eseguito e coordinato da Anna Maria Marcone con la collaborazione di Carla Zaccheo ed Emanuela Ozino Caligaris.
    Il contributo dell’associazione Metamorfosi ha inoltre consentito il supporto nel lavoro di alcuni ex-allievi dell'Istituto: Federica Cerasi, Alessandra Ferlito, Giorgia Pinto, Elena Santoro e Mauro Stallone.
    Si desidera qui ringraziare Gianfranco Zecca, del Polo Museale Romano, per la realizzazione della documentazione fotografica prima dell'intervento di restauro e Domenico Bontempi per la preziosa e indispensabile collaborazione logistica.

     


    [1] I dipinti restaurati sono: Il seppellimento di S.Lucia di Siracusa (1942-47), l’Adorazione dei pastori, la Resurrezione di Lazzaro (1951), La Natività (1952) , la Decollazione di san Giovanni Battista e il San Gerolamo (1956-57), le Storie di san Matteo (1965-66), la Canestra (1966), l’Annunciazione di Nancy  (1967-69).

     

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  • Elefantino di piazza della Minerva a Roma

    L’Elefantino di Piazza della Minerva a Roma - commissionato da Papa Alessandro VII Chigi a Gian Lorenzo Bernini che lo progettò avvalendosi per la realizzazione (1667) dello scultore Ercole Ferrata, suo collaboratore abituale - è stato riconsegnato alla pubblica fruizione dopo un restauro integrale durato circa sei mesi che ha restituito la piena leggibilità dell’opera nella sua straordinaria bellezza e raffinatezza esecutiva, sulle quali restano armonicamente, a testimoniare l’irreversibile passaggio del tempo, le tracce e le patine preziose che la storia ha sedimentato.

    Gli interventi di restauro sono stati progettati e diretti dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (già Istituto Centrale del Restauro), in accordo con Roma Capitale (Sovrintendenza ai Beni Culturali Direzione Tecnico Territoriale U.O. Monumenti di Roma), proprietaria del monumento.

    Al restauro hanno partecipato, per un mese, gli allievi della Scuola di Alta Formazione dell’ISCR, nell’ambito delle attività pratiche in cantiere previste dal programma didattico, settore materiali lapidei (anno accademico 2011-12). Gli allievi sono stati guidati da restauratori specializzati, appartenenti allo stesso Istituto, in un rapporto docente discente di uno a tre.

    Il costo complessivo dei lavori è stato di € 70.000,00 interamente erogati dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
     

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  • Il terzo restauro dei bronzi di Riace

    Nel 2009, cogliendo l’occasione della ristrutturazione di Palazzo Piacentini, sede del Museo Archeologico di Reggio Calabria, le due statue sono state rimosse dai loro basamenti e adagiate in posizione orizzontale; ciò ha permesso di effettuare gli accertamenti sullo stato di conservazione dell'interno delle statue. Nei manufatti si erano avviati nuovi ed estesi processi di corrosione, generati da una serie di fattori: l’intrinseca reattività del materiale costitutivo, la presenza di parte delle terre di fusione generatrici di processi di corrosione e l’incostante situazione climatica espositiva.
    Questa operazione, nata con l’intento di effettuare dei controlli approfonditi a venti anni dall’ultimo intervento, si è trasformata in un restauro vero e proprio (il terzo) progettato, coordinato e realizzato dagli specialisti dell’ISCR in sinergia con la Soprintendenza Archeologica della Calabria. L’obiettivo dell’operazione è divenuto l’eliminazione dei processi di corrosione interni ed esterni e una migliore  e completa (per quanto possibile) asportazione delle terre residue all’interno. In questa circostanza si è potuta effettuare una pulitura puntuale dai residui di sedimenti e depositi ancora attestati sulle superfici esterne, con una particolare attenzione alle zone che avevano subito lavorazioni a cesello successive alla fusione.

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  • Calzari pontificali con arabesco, Museo della Spiritualità, Castel Sant'Elia

    Questi sandali pontificali fanno parte del significativo insieme di 29 paramenti liturgici, recentemente restaurati presso l’ISCR, provenienti da Castel S.Elia (VT). Rispetto alle altre due paia di calzari appartenenti al medesimo complesso, ed anche in confronto con sandali pontificali esistenti in diverse collezioni europee, questi appaiono singolarmente ben conservati; di particolare pregio sono inoltre la qualità formale e la ricchezza decorativa. La necessità di restaurare questi oggetti ha offerto al Laboratorio manufatti in cuoio l’occasione per affrontare in modo approfondito le problematiche conservative delle calzature.

    La fabbricazione è probabilmente avvenuta in una bottega artigiana del XIII secolo dell’Italia meridionale, e precisamente siciliana, attingendo alla tradizione manifatturiera islamica. Tuttavia non sembrano esservi elementi, allo stato attuale delle conoscenze, che consentano di confermare con certezza tale ipotesi. Sebbene nella letteratura esistente vi siano dei riferimenti alla manifattura delle pelli e del cuoio, essi rimandano quasi esclusivamente alla legatura, arte fiorente per diversi secoli a causa dell’importanza attribuita al libro sacro, il Corano. Si ritiene peraltro in linea generale che le tecniche di decorazione del cuoio si siano sviluppate principalmente nel Vicino Oriente, e che la loro diffusione in Occidente si avvenuta soltanto in un momento successivo.

    Il sandalo pontificale costituisce una particolare tipologia di calzatura liturgica, utilizzata durante alcune cerimonie religiose, come la messa pontificale. A queste calzature cerimoniali fu attribuito il nome sandalia probabilmente nel IX o X secolo; esse divennero parte distintiva dell’abbigliamento liturgico del vescovo intorno al X secolo. Ne sono giunti fino a noi diversi esempi databili al XII-XIII secolo, accomunati da una foggia particolare che, secondo alcuni, rappresenterebbe un’evoluzione formale della tipologia di calzatura romana detta campagus. Questa era una scarpa aperta assicurata al piede mediante un sistema di lacci e indossata generalmente dall’aristocrazia o dagli ufficiali dell’esercito; tale tipologia si sarebbe modificata nel tempo divenendo una calzatura alta fino alla caviglia.

     

    Si desidera ringraziare la restauratrice Federica Moretti che, oltre ad aver partecipato in fase di restauro alle operazioni di pulitura, consolidamento e correzione delle deformazioni, ha eseguito la documentazione grafica e molte delle immagini fotografiche che documentano l'intervento.

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